giovedì, 22 febbraio 2007

I colori della neve 

 

 

 

La cosa che mi fa più male non è averla persa perché, anche se ho cercato in tutti i modi di convincermi del contrario, avevo già capito da un pezzo che tipo di persona fosse…

La cosa che mi fa più male è tornare a quella condizione di isolamento, di emarginazione, da cui pensavo d’ esser fuggito per sempre…è vedere gli altri ragazzi abbracciarsi, baciarsi, e sentire quella sensazione di vuoto ineluttabile che ti stritola il cuore…

 

Arriva gente. Michele chiude il diario che porta sempre con sé e lascia scivolare la sua Staedtler in tasca. E’ davanti alla piazzetta gremita, come al solito, e nel suo volto non c’è quasi più traccia della paresi. Ora sorride. Riempie un’ostia di granita al limone e la dà a una ragazza minuta, con grandi occhi azzurri, appena sopra un “tragico”, pensa lui, brufolo di passaggio.

La ragazza porta il cucchiaino alla bocca:

“Ti avevo detto fragola”, protesta, sorridendo anche lei.

Michele si scusa. Vorrebbe dirglielo, che non distingue i colori: avrebbe dovuto mettere i pezzi di fragola nella granita, per riconoscerla, ma stavolta non l’ha fatto.

“Va bene, mangio questa”, dice lei, e un braccio robusto e paterno l’afferra, senza però riuscire a toglierla dal buio in cui è nata.

Quel braccio la guida fino al centro della piazzetta gremita, gli odori si mescolano, tra parole spezzate, vuote, e silenzi macigni.

Michele riempie le ostie di granita e la segue con gli occhi per tutta la sera, emozionandosi ad ogni suo sorriso, ad ogni sua smorfia.

Ora ha le mani sui fianchi e il suo volto niveo arrossisce per niente.

Ha deciso: le parlerà. Registrerà in un cd ciò che lei gli fa provare, glielo metterà in tasca mentre le porgerà la granita, con pezzi abbondanti di fragola.

 

Michele è da poco tornato a casa.

Non ha fame.

Ha già il mouse in mano e clicca, con mano tremante.

Start.

Svago.

Registratore suoni.

La sua voce parte e rimbomba, tra le pareti bianche di una stanza angusta.

 

Farei di tutto per passare un solo attimo tra le tue braccia…

Il tuo viso mi dice che ami la neve, e io posso sognare… di svegliarmi sul tuo seno, mentre cade il primo fiocco…

So della solitudine che cerchi di mascherare, perché è anche la mia: te la leggo in quegli occhi che vedono dove i miei non arrivano a vedere.

Il primo fiocco e poi gli altri.

La neve cadrà e, dinanzi alla nostra mente, avrà finalmente i suoi colori: quelli che la gente non vede, di animi inquieti, fusi in una gioia sola.

 

 

Tante volte Michele s’è svegliato con la speranza di  vedere dalla finestra dei fiocchi iridescenti, con la speranza  di trovarla al suo fianco. Ogni sera cerca nella piazzetta gremita gli occhi di quella ragazza, con un cd e un sogno in tasca.

 

 

Carlo Bramanti

 

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domenica, 04 febbraio 2007
 
"Solo un gioco"
 
 
 
Roger volava, seguendo gli ordini del GCCB (Gran Capo Colomba Bianca).
Il suo compito? 
Solamente quello di farsi vedere, in quel luogo e in quella precisa ora: era la sua prima missione, e a volte aveva l'impressione che il cuore, per quanto gli battesse forte, potesse uscire da un momento all'altro dal suo petto piumato.
Roger volava, meraviglioso e teso; pareva un enorme fiocco di neve appena sceso da un lembo di cielo terso, mentre nubi minacciose a forma di navi si avvicinavano al nugolo di uomini sotto le sue ali spiegate.
Egli non aveva mai visto quel gioco umano... e sì che di giochi, proprio lui, ne aveva scorti e imparati tanti!
C'era un uomo con dei baffetti al centro, e attorno delle persone mascherate: la sua testa era dentro un molle cerchio e i suoi occhi brillavano, come riflessi di un mare inquieto. I tipi mascherati gridarono "Hussein Hussein" e l'uomo coi baffetti, a un tratto, si accasciò come una marionetta, la fiamma nei suoi occhi sparì. Roger aveva visto tempo fa una marionetta, ma quegli occhi lo terrorizzarono....Che gioco era?
Piovve qualche goccia gelida da quelle nubi a forma di navi.
Il GCCB chiamò Roger e gli disse di rientrare.
"Non ti preoccupare...L'uomo coi baffetti finge di essere una marionetta, è un gioco che gli umani fanno spesso... Tra un po' si rialzerà e tornerà a casa...Torna anche tu Roger".
Ma Roger volle aspettare ancora un po', mentre la collina dinanzi a sè mangiava, pian piano, l'enorme arancia infuocata.
Non si udì alcun suono, le acque lontane divennero d'oro.
"Starà aspettando che non ci sia nessuno per alzarsi, che vada via anch'io...sì, dev'essere così. Vado, ma non è un gioco che farò".
 
 
 
La storia dice che dai nostri errori impariamo.
A farne di più grandi.
 
 
 
Carlo Bramanti
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